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Scontri a Milano, tra i giovanissimi anche un alunno delle medie: il dolore della scuola e la responsabilità condivisa

Sotto i 14 anni non si è imputabili, ma non mancano regole e interventi: il caso riaccende il tema del disagio giovanile e del ruolo di scuola, famiglie e servizi sociali

Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 Milano ha vissuto due giornate di violenze, incendi e negozi saccheggiati. Le manifestazioni contro il carovita sarebbero degenerate in episodi di guerriglia urbana che, secondo la stampa, hanno coinvolto molti giovanissimi, anche minorenni. Tra loro, riferiscono le cronache, anche un ragazzino di undici o dodici anni che frequenta la scuola media, identificato dalle forze dell’ordine grazie ai video circolati sui social.

La scuola: «Ci sentiamo devastati»

Secondo quanto raccontato dalla dirigente, l’istituto conosceva le fragilità dell’alunno e aveva già avviato un percorso educativo personalizzato, con attività individualizzate. A scuola, hanno spiegato i docenti, non risultavano episodi simili a quelli emersi dalle immagini. La dirigente ha parlato di sconforto e di insegnanti in lacrime, confermando che il percorso proseguirà, temporaneamente anche fuori dal gruppo classe. I genitori, intervistati, avrebbero riconosciuto la gravità dei fatti sostenendo che il figlio sia stato trascinato da altri: una versione che dovrà essere valutata dagli investigatori.

La scuola non può fare da sola

Gli insegnanti possono osservare, educare, ascoltare, coinvolgere le famiglie e segnalare le situazioni di rischio. Non possono però sostituirsi a genitori, servizi sociali e strutture sociosanitarie. Non ci sono elementi sufficienti per ricostruire quali interventi siano stati attivati dai servizi territoriali: sarebbe improprio attribuire responsabilità specifiche senza conoscere la documentazione. Resta il principio che, di fronte a un disagio persistente, l’intervento educativo debba essere condiviso e continuativo, con collegamenti stabili tra scuola, servizi comunali, famiglie e professionisti dell’età evolutiva.

Sotto i 14 anni non si è imputabili

Ai sensi dell’articolo 97 del Codice penale, chi non ha compiuto quattordici anni al momento del fatto non è imputabile. Non significa però assenza di regole: il sistema di tutela minorile prevede interventi educativi e sociali e, quando ricorrono le condizioni di legge, misure disposte dall’autorità giudiziaria minorile, con l’obiettivo di comprendere le cause del disagio e costruire possibilità di recupero.

Il peso dei social

La rapidità con cui le immagini sono diventate virali ha trasformato un bambino in un personaggio riconoscibile. La stessa scuola teme gli effetti di questa esposizione, anche perché la notorietà ottenuta con la violenza può diventare, per alcuni coetanei, una forma di riconoscimento. Raccontare i fatti è necessario, ma tutelare identità e futuro di un minore lo è altrettanto.

Non lasciarli soli

Condannare la violenza è doveroso, ma non basta rispondere con la sola repressione: servono regole chiare, interventi tempestivi, sostegno alle famiglie e una rete educativa attiva anche dopo l’orario scolastico. La scuola non può diventare il luogo su cui scaricare tutte le responsabilità della società.

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