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Arrestato Don Alì, il “re dei maranza”: aggredì maestro davanti alla figlia e pubblicò il video sui social

Il tiktoker con 338mila follower accusato di stalking e diffamazione per aver minacciato un insegnante sulla base di accuse mai accertate

Torino – Si è conclusa venerdì sera la latitanza di Said Alì, ventiquattrenne meglio conosciuto sui social come Don Alì, autoproclamatosi “re dei maranza”. Gli agenti della Squadra Mobile lo hanno arrestato alla periferia nord di Torino, nel quartiere Barriera di Milano, dove si nascondeva da giorni nelle cantine di un palazzo, protetto da un gruppo di amici. Il tiktoker, che vanta oltre duecentomila follower su Instagram e trecentotrentottomila su TikTok, dovrà rispondere di atti persecutori e diffamazione aggravata.

L’arresto è scattato su disposizione della Procura torinese, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pubblici ministeri Patrizia Caputo e Roberto Furlan. Tre giorni prima Don Alì era riuscito a sfuggire ai Falchi della Squadra Mobile, ma la fuga è definitivamente terminata con il fermo disposto dal giudice per le indagini preliminari, che ha definito l’indagato estremamente pericoloso.

L’episodio che ha fatto scattare l’inchiesta risale alla fine dello scorso ottobre, quando Don Alì, accompagnato da due complici di ventiquattro e ventisette anni, si è presentato all’uscita di una scuola elementare per aggredire un maestro. L’insegnante era arrivato presso l’istituto per prelevare la figlia di tre anni e mezzo. Davanti alla bambina terrorizzata, il tiktoker lo ha minacciato, colpito ripetutamente con schiaffi alla nuca e accusato di aver maltrattato un alunno che sosteneva essere suo nipote. Un maltrattamento che non è mai stato accertato: dalle indagini è emerso che non risulta alcun bambino di origini marocchine iscritto nella scuola dove insegna la vittima.

La violenza è proseguita anche quando è intervenuta una collega dell’uomo, nel tentativo di proteggere la bambina nascosta tra le gambe del padre. Nonostante la presenza della minore, i tre giovani hanno inseguito e continuato a intimidire il docente per diversi minuti. L’intera scena è stata ripresa e pubblicata su Instagram come reel sulla pagina di Don Alì, con didascalie in cui il maestro veniva bollato come “pedofilo” e definito “preda”.

Dopo l’aggressione, il professore ha sporto denuncia allegando un certificato medico che documenta lo stato d’ansia provocato dalle intimidazioni subite. Ma Don Alì non si è fermato: in un video successivo, diffuso dopo un’intervista con la trasmissione televisiva Le Iene, ha rilanciato le minacce dichiarando: “La prossima volta che abusi di bambini finirà molto peggio”. Accuse risultate del tutto infondate secondo gli investigatori.

Per lo stesso reato è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti dei due presunti complici che avevano accompagnato il tiktoker davanti alla scuola elementare. Entrambi torinesi, dovranno presentarsi periodicamente davanti alle autorità.

Don Alì, originario del Marocco ma cittadino italiano, ha costruito la sua popolarità sui social pubblicando contenuti dal tono violento e provocatorio. Tra i video più noti quelli in cui sfida le forze dell’ordine e intimidisce sconosciuti, spesso riprendendosi mentre si allena nella palestra Krushi Bugna, sempre nel quartiere Barriera di Milano.

L’inchiesta in corso collega inoltre il ventiquattrenne all’aggressione dell’undici novembre scorso contro una troupe della trasmissione “Dritto e Rovescio” di Rete 4, arrivata nel suo quartiere per intervistarlo. Secondo gli inquirenti, un uomo con il volto coperto e armato di mazza chiodata avrebbe distrutto il parabrezza dell’auto degli inviati Mediaset, infrangendolo con colpi ripetuti.

Non è la prima volta che Don Alì finisce nei guai con la giustizia. Era diventato noto sui social già nel 2021 per un filmato in cui insultava un agente della polizia municipale, rifiutandosi di esibire i documenti. Dopo essere fuggito era stato fermato e trattenuto per quarantotto ore, venendo poi condannato a quattro anni per resistenza a pubblico ufficiale.

Il caso solleva interrogativi sul rapporto tra visibilità social e comportamenti violenti, in un’epoca in cui la ricerca di popolarità online sembra spingere alcuni giovani a ostentare atteggiamenti sempre più estremi e intimidatori.

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