Aumenta la spesa per i redditi nella PA, ma i docenti restano tra i meno pagati: 33.124 euro lordi annui nel 2023
La Corte dei Conti ha pubblicato la sua ultima Relazione sul costo del lavoro pubblico, evidenziando un dato emblematico: nel 2025 la spesa per i redditi dei dipendenti pubblici ha raggiunto i 201 miliardi di euro, con un incremento del 2,3% rispetto al 2024, destinato a crescere ancora nei prossimi anni (+2,4% nel 2026, +0,5% nel 2027, +1,7% nel 2028). Tuttavia, questo aumento non si traduce in un effettivo miglioramento del potere d’acquisto dei lavoratori pubblici, soprattutto per una delle categorie più penalizzate: gli insegnanti.
Secondo i dati contenuti nel documento, la retribuzione media lorda annua nel settore scolastico nel 2023 era di 33.124 euro, cifra che colloca i docenti agli ultimi posti tra i lavoratori della Pubblica Amministrazione. Si tratta di un valore ben al di sotto della media generale dei dipendenti pubblici (39.890 euro) e lontano anni luce dai comparti meglio retribuiti, come quello autonomo (52.469 euro) o la sanità (43.883 euro).
Nonostante un aumento del 4,9% rispetto all’anno precedente, la crescita salariale nel comparto scuola non ha recuperato gli effetti dell’inflazione, né ha colmato il gap storico con altre professioni del pubblico impiego. Un paradosso, se si considera l’importanza strategica dell’istruzione per lo sviluppo del Paese.
Ma non è solo una questione di stipendi. La Corte evidenzia anche il problema dell’invecchiamento della forza lavoro, con un’età media sopra i 50 anni in quasi tutti i comparti, e una qualità del capitale umano a rischio a causa del prolungato blocco del turn over. Le nuove assunzioni legate al PNRR hanno rallentato questa deriva, ma serviranno anni per invertire davvero la rotta.
Nel frattempo, l’istituzione contabile richiama le amministrazioni pubbliche a un uso più strategico dello smart working e a investimenti concreti sulla formazione, la valorizzazione del merito e la contrattazione collettiva. Proprio quest’ultima dovrebbe garantire, dal 2025, una crescita salariale del 5,78%, legata all’entrata a regime dei contratti 2022–2024.
Una cifra che potrebbe sembrare incoraggiante, ma che difficilmente potrà colmare la distanza retributiva e di riconoscimento che, da anni, separa gli insegnanti dagli altri comparti della PA. E che rischia di compromettere ulteriormente l’attrattività della professione docente in un sistema scolastico già in affanno.
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