L’ultimo rapporto dell’Oms: pratiche diffuse anche a scuola, in Italia manca una legge che le vieti in famiglia

Ogni anno 1,2 miliardi di bambini e adolescenti, dai neonati fino ai 18 anni, subiscono punizioni corporali. A rivelarlo è l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ripreso dal Corriere della Sera, che fotografa una pratica ancora largamente tollerata in ogni continente e con conseguenze devastanti, non solo durante l’infanzia ma anche in età adulta.

Secondo lo studio, la diffusione varia da Paese a Paese ma resta altissima: nei dati raccolti in otto Stati a basso e medio reddito, la prevalenza oscilla dal 30% in Kazakistan al 77% in Togo. E non si tratta solo di “sculaccioni”: il 17% dei bambini ha subito forme gravi di abuso, come colpi alla testa o violente percosse ripetute.

Anche sui banchi di scuola il fenomeno resta diffuso. In Africa e in America Centrale sette bambini su dieci riferiscono di essere stati picchiati da insegnanti almeno una volta nella vita; in Asia la percentuale scende al 25%, ma resta comunque significativa. Gruppi particolarmente vulnerabili sono i minori con disabilità, quelli cresciuti in famiglie segnate da violenza, dipendenze o disagio economico.

Le conseguenze sono documentate: sviluppo cognitivo compromesso, problemi comportamentali, aggressività, scarso rendimento scolastico e, in prospettiva, una maggiore propensione alla violenza e al crimine. L’Oms sottolinea come non esista alcun beneficio educativo, mentre i danni possono accompagnare i bambini per tutta la vita.

Sul fronte normativo, la prima a vietare ogni forma di punizione corporale fu la Svezia nel 1979, seguita da Finlandia, Norvegia, Austria, Croazia, Bulgaria, Israele e altri Paesi. Oggi solo 67 Stati hanno introdotto un divieto assoluto, proteggendo circa 320 milioni di minori, pari al 15% del totale.

In Italia le punizioni corporali sono vietate nelle scuole e negli istituti penitenziari, ma manca ancora una legge che ne proibisca espressamente l’uso in ambito familiare. La Società Italiana di Pediatria, insieme a Save the Children, ha più volte sollecitato un intervento legislativo. Intanto, a livello internazionale, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno fissato un obiettivo chiaro: arrivare al 2030 con un divieto universale, inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

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