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Una proposta inapplicabile che ignora la realtà delle scuole. Servono risorse, non barriere
Il rilancio della proposta di limitare al 30% la presenza di studenti stranieri nelle classi riaccende un dibattito già noto al mondo della scuola.
Una misura che, pur partendo da esigenze didattiche comprensibili, si rivela tecnicamente inattuabile e giuridicamente problematica. Come ha spiegato anche il presidente dell’ANP Antonello Giannelli, “in termini didattici la questione è fondata e condivisibile ma è difficile trovare una soluzione tecnica“. L’analisi di una proposta destinata a restare sulla carta e delle vere priorità per l’integrazione scolastica.
Una questione che torna ciclicamente
Ogni volta che il tema dell’immigrazione sale nell’agenda politica, puntualmente riaffiora la proposta del tetto agli studenti stranieri nelle classi. L’ultima volta è stata la Premier Giorgia Meloni a rilanciarla, riproponendo di fatto quanto già previsto dalla Circolare ministeriale n. 2 del 8 gennaio 2010 dell’allora Ministro Mariastella Gelmini trasmigrata poi prima con Renzi e Calenda ed infine oggi con Noi Moderati, insomma noi della scuola non è che ne sentiamo proprio la mancanza.
Oltre quindici anni da quella circolare, eppure la misura non ha mai trovato concreta applicazione. Non per negligenza amministrativa o resistenza ideologica, ma per un motivo molto più concreto: è tecnicamente impossibileapplicarla senza violare principi costituzionali e senza creare paradossi organizzativi insostenibili, ma la Gelmini così come coloro che attaccarono la scuola in quegli anni, di cose inapplicabili ce ne riempirono la pancia.
Le ragioni di chi la scuola la vive (davvero)
Sarebbe scorretto e superficiale negare che la questione posta abbia una base pedagogica reale. Classi con un’elevata concentrazione di studenti non italofoni presentano sfide didattiche significative, barriere linguistiche che rallentano il programma, necessità di percorsi individualizzati, carico di lavoro aggiuntivo per i docenti, complessità nella gestione della relazione educativa.
Chi vive la scuola ogni giorno però – insegnanti, dirigenti, personale ATA ed educativo – sa bene che garantire il successo formativo in questi contesti richiede competenze specifiche, tempo, pazienza e, soprattutto, risorse adeguate. Risorse che troppo spesso mancano, lasciando tutti soli di fronte a classi sempre più complesse ed eterogenee.
Riconoscere questa difficoltà è doveroso. Ma trasformarla in una proposta di esclusione numerica è un altro paio di maniche, con conseguenze che chi conosce davvero il funzionamento della scuola sa essere devastanti.
Il muro della Costituzione e della realtà
“La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, del piccolo paesino di provincia, soprattutto per le scuole di infanzia e per la primaria“, ricorda Giannelli. È questo il primo ostacolo insormontabile, il criterio territoriale che regola le iscrizioni scolastiche.
L’articolo 34 della Costituzione stabilisce che “la scuola è aperta a tutti”. Non ad alcuni, non con percentuali predefinite: a tutti. Questo principio si applica a ogni minore presente sul territorio nazionale, come confermato dalla Legge 40/1998 (Testo unico sull’immigrazione) e dal D.P.R. 394/1999, che garantiscono il diritto-dovere all’istruzione indipendentemente dalla regolarità del soggiorno.
Ma è la domanda posta dallo stesso Giannelli a fotografare l’assurdità pratica della proposta: “Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?“.
Il paradosso dei quartieri multietnici
Immaginiamo una scuola primaria di un quartiere periferico di una grande città del Nord, dove la popolazione straniera rappresenta il 50% o il 60% dei residenti. Applicare rigidamente il tetto del 30% significherebbe:
Respingere bambini dalla scuola sotto casa, costringendo le famiglie a cercare istituti più lontani, con evidenti problemi logistici ed economici.
Creare “code di esclusione”, dove i bambini stranieri nati per ultimi o arrivati dopo sarebbero penalizzati rispetto ai loro coetanei.
Svuotare alcune scuole e sovraffollarne altre, generando una redistribuzione forzata che contraddirebbe qualsiasi criterio di razionalizzazione della rete scolastica.
Legittimare una discriminazione territoriale, dove il diritto all’istruzione di prossimità varrebbe solo per alcuni, sulla base della provenienza.
Nei piccoli comuni di provincia, poi, il paradosso si amplifica. Paesi con poche centinaia di abitanti, dove magari c’è un’unica scuola primaria e la popolazione straniera supera il 30%, cosa dovrebbero fare quei bambini? Prendere ogni giorno un autobus per andare nel comune vicino?
Circolare o legge: la forma non cambia la sostanza
“In ogni caso una circolare non è una legge, non ha valore cogente“, precisa giustamente Giannelli. La circolare del 2010, infatti, aveva natura di indirizzo, non di obbligo vincolante, e prevedeva numerose deroghe proprio perché i suoi estensori erano consapevoli dei limiti applicativi.
Una eventuale legge dovrebbe comunque confrontarsi con la gerarchia delle fonti normative. Difficilmente potrebbe introdurre meccanismi automatici di esclusione senza scontrarsi con:
- I principi costituzionali (artt. 3, 34 Cost.)
- Gli obblighi internazionali derivanti dalle convenzioni sui diritti dell’infanzia
- Le norme sull’istruzione obbligatoriache vincolano anche i minori stranieri
- I regolamenti sull’autonomia scolasticache attribuiscono ai dirigenti la gestione delle iscrizioni
Se ci sarà una legge, vedremo, ma è lecito essere scettici sulla possibilità che una norma di questo tipo superi il vaglio di costituzionalità o trovi concreta applicazione sul territorio.
Investire, non escludere: le vere soluzioni
Se l’obiettivo è davvero migliorare la qualità dell’insegnamento in classi multiculturali – e non semplicemente cavalcare un tema emotivamente sensibile – la strada non passa per i tetti numerici ma per scelte di investimento precise e coraggiose, cara Presidente Meloni.
Alla scuola servono rganici potenziati, più docenti specializzati in italiano L2, mediatori linguistico-culturali stabili, educatori dedicati all’accompagnamento dei neo-arrivati, ma sopratutto personale ATA.
Cavalchiamo l’onda della denatalità oggi, visto che non si è capaci di invertire la rotta, creiamo classi meno numerose, riducendo il numero complessivo di alunni per classe (oggi fino a 27-28 nelle scuole superiori) faciliterebbe la personalizzazione didattica per tutti, non solo per gli stranieri.
Maggiori investimenti in formazione seria, non percorsi utili soltanto ad ingrassare alcuni centri, pensiamo a percorsi universitari e di aggiornamento sulla didattica interculturale, sulle metodologie CLIL e L2, sulla gestione della diversità.
Investiamo sul tempo-scuola con laboratori linguistici intensivi, doposcuola, corsi estivi di alfabetizzazione, coinvolgimento attivo delle famiglie, questi con soggetti esterni controllati e rigorosi verifiche.
Rilanciamo una vera continuità didattica, basta con il precariato cronico che impedisce di costruire progetti educativi di lungo periodo, siamo il comparto con maggiore precarietà al mondo, 250.000 professionisti dell’educazione che non sanno di che morte morire ogni settembre.
Queste misure costano, lo so. Richiedono investimenti significativi, assunzioni, cambiamenti organizzativi. Sopratutto chiedono responsabilità, quello che quando la politica di mette a fare ideologia perde.
Ma cara Presidente, sono le uniche che funzionano davvero, come dimostrano le esperienze delle scuole che, pur in condizioni difficili, riescono a fare integrazione di qualità.
La scuola non può risolvere da sola le fratture sociali
C’è un ultimo aspetto che merita di essere sottolineato. Le scuole ad alta presenza straniera si trovano quasi sempre in quartieri svantaggiati, dove si concentrano anche povertà educativa, abbandono abitativo, carenza di servizi. La composizione multietnica delle classi è spesso il sintomo, non la causa, di dinamiche sociali ed economiche più ampie.
Pensare di risolvere queste complessità con un tetto numerico significa scaricare sulla scuola responsabilità che appartengono alla politica nel suo complesso, politiche abitative, pianificazione urbana, servizi sociali, politiche del lavoro. La scuola può essere uno straordinario strumento di integrazione e mobilità sociale, ma solo se messa nelle condizioni di funzionare, non se chiamata a fare da capro espiatorio.
Cara Presidente, serve coraggio, non slogan
La proposta del tetto del 30% di studenti stranieri per classe è destinata, come già accaduto in passato, a restare sulla carta. Non per resistenza ideologica, ma per impossibilità pratica, giuridica e organizzativa.
Continuare a riproporla periodicamente può portare consenso nel breve termine, ma non risolve nessuno dei problemi reali della scuola italiana. Anzi, rischia di alimentare contrapposizioni sterili e di distogliere l’attenzione dalle vere priorità.
Serve il coraggio di guardare in faccia la realtà, l’Italia è ormai un Paese multiculturale, le classi multiculturali sono il presente e il futuro della scuola, la sfida vera è garantire a tutti – italiani e stranieri – un’istruzione di qualità, magari lavoriamo anche sull’identità, tema su cui gli americani hanno fatto la loro fortuna.
La politica smetta di cercare facili scorciatoie e cominci a investire seriamente nella scuola pubblica.
È questa la vera sfida, cara Presidente.
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