Con l’avvio del nuovo anno scolastico, abbiamo chiesto allo psicologo Luca Palumbo un parere sulle conseguenze della precarietà che ogni settembre colpisce migliaia di lavoratori della scuola, tra personale ATA e docenti non di ruolo.

Impatto psicologicoQuali sono le principali conseguenze psicologiche del vivere ogni anno nell’incertezza lavorativa e logistica, come accade al personale ATA e ai docenti precari?

L’impatto della precarietà sulla salute psicologica può essere nefasto se non si è abituati all’incertezza o se vi sono responsabilità verso terzi. Lo stress prolungato porta il corpo e la mente a uno stato di infiammazione costante che incide sulle funzioni corporee di base e, in alcuni casi, può anche portare alla degenerazione del nostro sistema nervoso. In termini puramente emotivi la precarietà può portare allo sviluppo di disturbi d’ansia o depressivi. L’incertezza di anno in anno su dove ci si troverà e quali pericoli nuovi si affronteranno implica l’attivazione di un senso di pericolo che blocca la presa di decisione e la progettualità a lungo termine. Inoltre, il mancato raggiungimento di una meta stabile può essere associato internamente a un senso di fallimento personale o sconfitta, essendo la precarietà considerata una colpa della persona e non un ostacolo dei nostri tempi. A livello profondo, si insinua un sentimento di impotenza appresa, per cui si finisce per credere che le proprie azioni non possano in alcun modo cambiare la situazione. La percezione di controllo sulla propria vita, fondamentale per il benessere, viene erosa anno dopo anno.

AdattamentoQuanto può essere dannoso, sul lungo periodo, il continuo dover “riabituarsi” a nuove sedi, colleghi e contesti? La resilienza forzata ha un costo per la salute mentale?

In questo caso non si può parlare di resilienza ma di resistenza forzata per la sopravvivenza. Nella resilienza sana dopo un periodo di stress c’è un periodo di equilibrio dove la mente elabora l’accaduto e permette all’individuo di accrescere la sua resistenza agli agenti stressanti esterni. In questo caso però il cambiamento continuo mette l’individuo in una condizione di esame costante, logorante per la salute mentale. A questo si aggiunge un pesante costo cognitivo: il dover imparare continuamente nuove dinamiche tra colleghi, regole non scritte dell’istituto e procedure burocratiche diverse sottrae energie mentali preziose. Tale carico, unito all’assenza di tregua, non permette un vero recupero e porta spesso a esaurimento e isolamento, nonché a un forte senso di spaesamento e disorientamento.

Stabilità personaleIn che modo questa precarietà influisce sulle scelte di vita fondamentali, come costruire una famiglia, programmare spese o mantenere relazioni sociali stabili?

La precarietà influisce in modo importante sulla progettualità, bloccando di fatto tutte le scelte a lungo termine. Le spese di qualsiasi genere vengono analizzate con meticolosità, rendendo anche una semplice uscita un potenziale pericolo per il proprio futuro. Risparmiare diventa spesso la regola di vita prioritaria. L’impedimento economico di momenti sociali lede i legami già presenti e impedisce a nuovi di sorgere, soprattutto se nella propria rete non si condivide lo stesso status. Si può dire che in questa situazione le persone non hanno più controllo della loro vita ma sono i soldi, e non i desideri o i progetti, a essere la bussola nelle scelte quotidiane e future. Decisioni fondamentali come formare una famiglia, avere un figlio o acquistare una casa vengono rimandate indefinitamente, con ripercussioni anche sulle proprie relazioni affettive. La precarietà finisce per condizionare anche la vita dei propri cari, limitando la possibilità di supportarli economicamente nei momenti di bisogno.

Ricadute socialiSecondo lei, che impatto ha sulla qualità della scuola e quindi sugli studenti avere personale che vive in una condizione di precarietà psicologica ed economica?

Io credo un impatto negativo nello sviluppo della relazione tra studenti e personale scolastico e anche sulla qualità dell’insegnamento. Gli insegnanti dovrebbero essere figure serene e risolutive agli occhi degli studenti, adulti che li facciano appassionare alla cultura ma anche esempi di come stare in società. Se queste persone non sono messe in una condizione di serenità la loro capacità di ascolto e di risoluzione dei problemi viene a mancare, rischiando di gestire male i classici conflitti interni alla classe. Inoltre gli studenti percepiscono, anche inconsciamente, lo stato di malessere degli adulti che dovrebbero guidarli. Oltre a questo, la precarietà causa una perdita di continuità didattica: il continuo avvicendarsi di insegnanti e personale impedisce la costruzione di progetti educativi solidi e duraturi, disperde la memoria della scuola e crea discontinuità nel percorso di apprendimento degli studenti. La scuola rischia così di trasformarsi da comunità educante in un sistema che riflette e amplifica l’ansia e l’instabilità dei suoi stessi componenti, con ricadute evidenti sul clima scolastico e, in ultima analisi, sulla formazione dei ragazzi.

ProspettiveQuali interventi o attenzioni dovrebbero essere messi in atto, a livello individuale o istituzionale, per ridurre lo stress e dare maggiore stabilità emotiva a questi lavoratori?

A livello individuale, è cruciale che queste persone riconquistino un senso di azione efficace nelle piccole cose della vita quotidiana, pratichino l’autocompassione, smettendo di colpevolizzarsi, e cerchino supporto, anche psicologico, per non sentirsi sole. Ma la responsabilità primaria è istituzionale. Servono politiche che trasformino strutturalmente la precarietà in stabilità, a partire da piani di assunzione e stabilizzazione basati su concorsi ordinari e regolari. Oltre a questo, interventi concreti e immediati potrebbero essere:Sportelli di ascolto psicologico dedicati e gratuiti all’interno delle scuole.Formazione specifica sulla gestione dello stress e sul benessere psicologico.Processi di accoglienza e integrazione più strutturati per i nuovi arrivati, per mitigare il senso di spaesamento.Garanzie minime di stabilità geografica, come l’assegnazione a province vicine alla propria residenza o vincoli di durata sulla sede, per ridurre il logorio dei continui spostamenti.

L’articolo

Ogni settembre migliaia di lavoratori della scuola – personale ATA e docenti precari – vivono l’incertezza di non sapere dove e quando inizieranno a lavorare. Non si tratta solo di conoscere classe e colleghi, ma di capire se ci sarà una sede raggiungibile, se sarà necessario spostarsi ogni giorno per decine di chilometri o trovare una stanza in affitto all’ultimo momento.

Le conseguenze non sono solo pratiche ma esistenziali. Programmare un mutuo, una famiglia o persino un abbonamento ai mezzi diventa difficile. L’attesa logora, perché ogni anno bisogna adattarsi a nuovi colleghi, nuove città, nuove regole. Questa precarietà costante consuma energie e spegne la serenità.

Questi lavoratori, indispensabili al funzionamento della scuola pubblica, rimangono ingranaggi silenziosi di un sistema che pretende disponibilità senza garantire certezze.

Non è accettabile che un settore vitale come l’istruzione si regga ogni anno sull’instabilità di chi lo rende possibile. Si chiede alla scuola di essere presidio di stabilità e futuro, ma la si fonda sull’insicurezza dei suoi lavoratori. Senza un cambiamento politico e strutturale, continueremo a trasmettere alle nuove generazioni l’idea che anche il diritto al lavoro possa essere improvvisato.