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Burnout insegnanti, allarme Ue: stress e salute mentale sempre più a rischio nella scuola

Il nuovo rapporto EU-OSHA fotografa una professione sottoposta a forti pressioni psicologiche: quasi un docente su due della scuola media riferisce stress lavorativo. In Italia pesano anche burocrazia, precarietà, rapporti con le famiglie e difficoltà a separare lavoro e vita privata

Il burnout degli insegnanti non è più un problema che può essere ricondotto soltanto alla capacità individuale di sopportare lo stress. Carichi di lavoro elevati, richieste emotive, burocrazia, rapporti complessi con studenti e famiglie, precarietà e difficoltà nel separare il tempo di lavoro dalla vita privata rappresentano veri e propri fattori di rischio psicosociale.

A rilanciare il tema è Repubblica, con un articolo di Salvo Intravaia pubblicato il 16 agosto, che richiama il recente rapporto dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) dedicato proprio alla salute mentale dei professionisti dell’istruzione.

Quasi un insegnante su due dichiara stress lavorativo

Il rapporto EU-OSHA, pubblicato il 30 luglio 2026 e composto da 106 pagine, prende in esame i rischi psicosociali presenti nel settore dell’istruzione, che nell’Unione europea occupa circa 10 milioni di lavoratori. Secondo l’Agenzia, circa un lavoratore dell’istruzione su quattro ritiene che il proprio lavoro abbia conseguenze negative sulla salute mentale.

Come evidenziato anche da Repubblica, quasi il 50% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado sperimenta stress sul lavoro. Il 24% dei docenti ritiene inoltre che il lavoro abbia effetti negativi sulla propria salute mentale e il 22% segnala conseguenze sulla salute fisica.

Il problema deriva dalla particolare natura della professione. EU-OSHA individua infatti una combinazione di richieste quantitative, legate al carico di lavoro e ai tempi disponibili; cognitive, connesse alla concentrazione e allo sforzo mentale; ed emotive, dovute alla necessità di gestire quotidianamente relazioni, conflitti e situazioni delicate. L’Agenzia segnala inoltre tra i principali fattori di rischio scarsa autonomia, insicurezza lavorativa ed esposizione a episodi di violenza.

Insegnare non significa soltanto stare in classe

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la distribuzione del lavoro. Secondo i dati richiamati da Repubblica, per gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado circa il 71,5% del carico lavorativo riguarda direttamente l’insegnamento, mentre il 13% del tempo è assorbito dal mantenimento dell’ordine e della disciplina e un ulteriore 8% dagli adempimenti amministrativi.

Numeri che aiutano a comprendere perché il lavoro del docente non possa essere misurato esclusivamente attraverso le ore trascorse davanti agli alunni. Preparazione delle lezioni, correzione degli elaborati, valutazione, riunioni, progettazione, formazione e adempimenti documentali si aggiungono infatti all’attività didattica.

Il caso italiano: burocrazia, famiglie e precarietà

In Italia il quadro presenta ulteriori elementi di criticità. Repubblica richiama, tra gli altri, l’aumento del peso burocratico, le difficoltà nella gestione delle classi, il rapporto talvolta conflittuale con le famiglie e una considerazione sociale della professione non sempre proporzionata alle responsabilità richieste.

C’è poi il problema della precarietà, che costringe ogni anno migliaia di docenti a cambiare scuola e, spesso, città o provincia, ricostruendo continuamente relazioni professionali, organizzazione familiare e modalità di lavoro.

A questo si aggiunge la progressiva digitalizzazione delle comunicazioni scolastiche. E-mail, circolari, registri elettronici, piattaforme e gruppi di messaggistica rischiano di estendere di fatto la giornata lavorativa, rendendo più difficile individuare un confine netto tra servizio e tempo personale.

Dall’Europa dieci esempi per tutelare il benessere dei docenti

Il rapporto EU-OSHA non si limita a descrivere il problema, ma raccoglie anche esperienze adottate in diversi Paesi europei per prevenirlo. Tra queste figurano programmi di formazione sulle tecnologie digitali, sistemi di tutoraggio tra pari, interventi sull’organizzazione degli ambienti scolastici, campagne dedicate alla salute dei docenti e servizi specifici di supporto.

In Finlandia, ad esempio, sono state sviluppate forme di mentoring tra insegnanti; nei Paesi Bassi sono state sperimentate strategie di job crafting, attraverso le quali i lavoratori possono contribuire a rendere più sostenibile e motivante l’organizzazione del proprio lavoro. La Spagna ha attivato forme di supporto per gli insegnanti, mentre diversi Paesi europei utilizzano gli strumenti OiRA per la valutazione interattiva dei rischi professionali.

Tra le esperienze italiane richiamate figura anche il diritto alla disconnessione, cioè la necessità di individuare regole che impediscano alle comunicazioni digitali di trasformarsi in una reperibilità permanente del lavoratore.

Il messaggio che arriva dall’Europa appare dunque chiaro: la salute mentale degli insegnanti non riguarda soltanto il singolo lavoratore. EU-OSHA sottolinea che i rischi psicosociali possono incidere sul benessere, sulla qualità del lavoro, sulla capacità dei sistemi scolastici di attrarre e trattenere personale e, indirettamente, anche sulla qualità dell’apprendimento degli studenti.

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