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UIL Scuola Emilia-Romagna sul tetto del 30% agli alunni stranieri: “Servono risorse, organici e vere politiche di integrazione”

 

«L’ipotesi di introdurre un tetto alle presenze degli alunni stranieri nelle classi rischia di trasformare un tema complesso come quello dell’integrazione in uno slogan distante dalla realtà dei territori. In Emilia-Romagna, soprattutto nelle aree urbane e in molti quartieri delle nostre città, esistono già classi nelle quali la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana supera ampiamente il 50%. Imporre un limite numerico rigido significherebbe non tenere conto della reale composizione demografica delle comunità oppure costringere le famiglie a spostamenti difficilmente sostenibili».

«Se si vuole davvero favorire l’integrazione, la strada non può essere soltanto quella del contingentamento. Occorre invece potenziare, a partire dalla classe di concorso A-23, Lingua italiana per discenti di lingua straniera, gli strumenti destinati all’apprendimento dell’italiano L2, perché le risorse professionali oggi disponibili non sono sufficienti a garantire interventi strutturali e continuativi».

«L’integrazione non si realizza con le quote, ma attraverso servizi e investimenti. Servono classi meno numerose, organici stabili, un piano strutturale per i mediatori linguistico-culturali, formazione specifica e maggiori risorse sui territori. La scuola statale emiliano-romagnola deve continuare a rappresentare un presidio fondamentale di inclusione e uguaglianza: ciò di cui ha bisogno sono personale stabilizzato e strumenti concreti per garantire a tutte le studentesse e a tutti gli studenti una formazione di qualità».

Veltri conclude con una provocazione sul concreto funzionamento dell’eventuale tetto del 30%:

«A questo punto la domanda è inevitabile: che cosa dovrebbe accadere agli alunni che superano quella soglia? Se il superamento del 30% comportasse la costituzione di nuove classi, allora la proposta assumerebbe tutt’altro significato. Vorrebbe dire creare più classi, assumere nuovi docenti e incrementare conseguentemente anche gli organici del personale ATA. In questo caso, paradossalmente, il tetto potrebbe perfino tradursi in un investimento sulla scuola. Se invece quel 30% dovesse essere ottenuto semplicemente aumentando il numero complessivo degli alunni nelle singole classi o attraverso una redistribuzione puramente numerica, il problema non verrebbe risolto ma soltanto spostato. È proprio qui che la proposta deve essere chiarita: non si può parlare di integrazione senza spiegare con quali organici, con quali spazi e soprattutto con quali risorse si intenda realizzarla».

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