Tre campionesse azzurre hanno portato atletica e pallavolo ai vertici mondiali, ma continuano a dover difendere la propria italianità dagli insulti
Di domenica mattina, leggendo dell’ennesima impresa di Kelly Doualla, mi sono sentito orgoglioso. A sedici anni ha dominato i 100 metri agli Europei Under 18 di Rieti in 11”14: un tempo straordinario, il segno di un talento che sta portando l’atletica italiana verso traguardi che fino a pochi anni fa sembravano lontanissimi.
Kelly corre sulle orme di altre due immense campionesse azzurre: Paola Egonu e Myriam Sylla. Con la loro forza, il loro talento e una professionalità fuori dal comune hanno contribuito a trascinare la pallavolo italiana sul gradino più alto del podio olimpico a Parigi 2024 e sul tetto del mondo nel 2025. Tre donne italiane, tre storie diverse, un unico simbolo: l’Italia migliore, quella che studia, lavora, si allena, cade, si rialza e vince.
Eppure esiste anche un’altra Italia. Un’Italia sbagliata, rumorosa e sempre più visibile, capace di applaudire una medaglia e, un istante dopo, discutere il colore della pelle di chi l’ha conquistata. Kelly ha raccontato di essere attaccata perché nera e di avere imparato a non leggere certi commenti. Egonu ha denunciato più volte il peso del razzismo subito da lei e dalla sua famiglia. Sylla ha ricordato che da bambina quelle offese facevano male, anche se con il tempo ha imparato a reagire.
È inaccettabile che atlete nate e cresciute in Italia, formate nelle nostre scuole e nelle nostre società sportive, debbano ancora dimostrare di essere italiane. Lo sono nella vita, nei diritti, nell’impegno quotidiano e nella maglia azzurra che indossano. Non dovrebbero essere costrette a esibire una medaglia come certificato di appartenenza.
L’Italia è stata per generazioni un Paese di emigranti. Milioni di nostri connazionali hanno cercato dignità e futuro all’estero; oggi i loro discendenti sono imprenditori, artisti, scienziati e ricoprono persino incarichi istituzionali di primo piano. Come possiamo allora negare piena appartenenza a chi nasce, cresce e costruisce qui il proprio futuro?
La nostra Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, lingua, religione e condizioni personali e sociali. Non è una formula ornamentale: è la risposta democratica alle leggi razziali, all’autoritarismo e a una delle pagine più vergognose della nostra storia.
Per questo mi vergogno quando nel 2026 leggo ancora insulti legati alla pelle o alle origini. Mi vergogno quando certa politica cerca consenso risvegliando paure, separazioni e nostalgie dell’“uomo forte”; quando nel dibattito pubblico tornano parole che sembrano voler dividere i bambini, i lavoratori e i cittadini in categorie di serie A e di serie B.
Kelly, Paola e Myriam non devono ringraziare l’Italia per essere state accettate. È l’Italia che deve ringraziare loro. Per le vittorie, certamente, ma soprattutto perché ci ricordano quale Paese possiamo essere: aperto, competente, coraggioso e fedele alla propria Costituzione. La loro pelle non rende meno azzurra la maglia. Rende soltanto più evidente il razzismo di chi continua a non capirlo.
Dario Catapano
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