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Più di vent’anni dopo la strage di Nassirya, il mio racconto da testimone diretto. Una memoria che le scuole e le istituzioni non devono dimenticare.
Nassirya: oltre 20 anni dopo. La mia testimonianza tra dolore, memoria e lo Stato latente
Oggi, 12 novembre 2025, ricorre l’anniversario della strage di Nāṣiriyā. Sono passati più di ventidue anni da quel giorno, ma per me è come se fosse ieri.
Era il 12 novembre 2003 quando un camion cisterna carico di esplosivo si schiantò contro la base italiana “Maestrale” della MSU (Multinational Specialized Unit) in Iraq. In un attimo, diciannove italiani — carabinieri, militari e civili — persero la vita mentre portavano avanti una missione di pace.
Io ero lì, poco più che diciannovenne, in servizio all’ospedale militare da campo Role 2+ di Tallil. Alle 10:40 ricevetti una chiamata che non dimenticherò mai:
“C’è stato un attentato. Venite qui, è l’inferno.”
Non ci fu tempo per pensare. Avvisai il Direttore, salii sull’ambulanza, indossai il giubbotto antiproiettile e caricai il fucile. L’adrenalina era alle stelle. Non sapevo ancora che mi stavo dirigendo verso il luogo più tragico che avrei mai visto nella mia vita.
Tra fuoco, fiamme e il cuore a mille
Quando arrivai, la scena era apocalittica: fumo, mezzi in fiamme, urla ovunque. L’autocisterna carica di tritolo aveva distrutto la base. Lì davanti, tra i rottami, il carabiniere Andrea Filippa, di guardia all’ingresso, aveva fatto in tempo a sparare ai due attentatori, impedendo una strage ancora più grande.
Sono stato il primo a scendere dall’ambulanza. Un militare mi indicò un mezzo blindato urlando:
“Men, men!”
Aprii il portellone: quattro uomini a terra, poi un quinto corpo nascosto sotto gli altri.
Era Pietro Petrucci, un collega che avevo conosciuto nei giorni trascorsi al campo, un mio pari corso, un ragazzo come me.
Morì pochi giorni dopo per le ferite. Quel momento mi è rimasto dentro e ancora oggi, dopo più di vent’anni, lo porto nel cuore come fosse successo ieri.
Il silenzio dello Stato e la memoria negata
Tornato in Italia, mi resi conto che il dolore non era finito. Lo Stato non ha mai saputo dire un “grazie” sincero a chi era lì. Nessun riconoscimento, nessuna parola di conforto, nessun gesto concreto. Solo silenzio e passerelle utili alle telecamere.
Ancora oggi mi ferisce sapere che ai caduti di Nassirya non sia stata concessa la medaglia d’oro al valor militare, perché – secondo la burocrazia – non si trattava di “impresa bellica”. Ma se non è valore quello di chi muore in servizio per portare la pace, allora cos’è? È un’ingiustizia che pesa, un torto non solo verso chi è caduto, ma verso l’intera Nazione.
Le scuole e la memoria che si perde
C’è un’altra riflessione che mi accompagna da tempo: le nostre scuole.
Ogni anno ricordano e celebrano giornate di ogni tipo — dalla giornata dei calzini spaiati a quella del clima, della felicità, della danza, delle api — ma raramente, quasi mai, si parla di Nassirya.
Eppure quella è storia vera, recente, italiana. È una pagina che dovrebbe essere raccontata nelle aule per far comprendere ai giovani il significato del servizio, del sacrificio e del valore della pace.
Per anni ho avuto il privilegio di portare questa mia testimonianza insieme ad Associazioni come Unicef Italia e l’Associazione Vittime del Dovere nelle scuole di Brugherio, grazie all’invito del giornalista Claudio Pollastri della RAI, che con grande sensibilità ha voluto far conoscere quella tragedia ai ragazzi. Ricordo con emozione quegli incontri, i silenzi attenti, le domande sincere dei giovani, e la consapevolezza che — anche solo per un’ora — avevano imparato qualcosa che i libri spesso non raccontano.
Mi piacerebbe poter tornare ancora nelle scuole, incontrare gli studenti, raccontare ciò che ho vissuto e perché quella storia appartiene a tutti noi. Chissà che prima o poi non nasca un progetto dedicato alla memoria di Nassirya. Se dovesse accadere, io sarei pronto.
Una storia che le istituzioni non devono dimenticare
Nel 2009 è stata istituita la Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace, che si celebra proprio oggi 12 novembre. È un passo importante, ma non basta.
Questa è una storia che le istituzioni non possono e non devono dimenticare: va ricordata ogni anno, non solo nelle cerimonie ufficiali, ma anche nella quotidianità della scuola e della comunità.
Per questo mi auguro che, un giorno, possa arrivare un invito a raccontare ancora questa storia, davanti a studenti, insegnanti, cittadini. Perché la memoria di Nassirya non è solo un ricordo del passato, ma un dovere morale per il presente e per il futuro.
Per questo, desidero lanciare un appello al Governo Meloni: si promuovano iniziative ufficiali ogni 12 novembre, si sostengano progetti di memoria e testimonianza e si dia il giusto rilievo istituzionale a chi ha servito il Paese fino all’estremo sacrificio.
Ricordare Nassiriya non è solo un dovere, ma un atto d’amore verso l’Italia e verso chi ha indossato la divisa per difenderla.
Io non dimentico, e non smetterò mai di raccontarlo.
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