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Docenti di sostegno usati per supplenze: così si mette a rischio il modello inclusivo della scuola italiana

Usare il sostegno per coprire assenze e urgenze organizzative significa penalizzare gli alunni più fragili e svuotare una funzione essenziale

C’è un limite che la scuola non dovrebbe mai superare: quello oltre il quale l’emergenza organizzativa finisce per comprimere i diritti. Eppure è proprio ciò che, sempre più spesso, vedo accadere quando i docenti di sostegno vengono utilizzati per sostituire colleghi assenti.

Su questo tema mi arrivano con frequenza crescente richieste di chiarimento da parte di insegnanti che mi chiedono se sia legittimo essere impiegati per fare supplenze. Già questo dato dovrebbe far riflettere. Quando una domanda del genere diventa ricorrente, significa che non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un fenomeno che si sta diffondendo e che segnala un disagio reale dentro le scuole.

A mio avviso, il punto è molto serio. Non si tratta soltanto di una soluzione organizzativa adottata per fronteggiare un’assenza improvvisa. Qui è in gioco la qualità della didattica, la funzione professionale del docente di sostegno e, soprattutto, il diritto all’inclusione degli alunni con disabilità.

Il quadro normativo, del resto, è chiaro. Il sostegno non nasce come risorsa jolly da spostare dove serve nell’immediato. Nasce per garantire un preciso diritto educativo e formativo. La normativa e gli atti di indirizzo ministeriali hanno ribadito che il docente su posto di sostegno non deve essere utilizzato per sostituire colleghi assenti, se non in casi davvero eccezionali e non altrimenti risolvibili.

Il problema è che, in molte scuole, questa eccezione rischia di trasformarsi in prassi. Ed è qui che si apre una contraddizione pericolosa. Quando il docente di sostegno viene impiegato come “tappabuchi”, l’alunno con disabilità perde, nei fatti, una presenza che dovrebbe invece essere garantita, protetta e valorizzata. E insieme a quel tempo sottratto si indebolisce anche il senso stesso del progetto inclusivo.

Io credo che non si possa sacrificare l’inclusione per coprire l’emergenza. Quando il docente di sostegno viene distolto dal suo compito per fronteggiare le assenze quotidiane, si colpisce il cuore del modello inclusivo della scuola italiana. Si manda anche un messaggio sbagliato: che i diritti degli studenti più fragili possano essere compressi ogni volta che il sistema entra in sofferenza.

Questo, però, non significa cercare un colpevole facile. Sarebbe ingiusto scaricare tutto sulle singole scuole o sui dirigenti scolastici, che spesso si trovano a lavorare in condizioni estremamente difficili, tra organici insufficienti, risorse limitate e continue necessità di garantire il servizio. Il punto vero è un altro: se per far funzionare la scuola si deve togliere sostegno a chi ne ha diritto, allora il problema è strutturale e viene da lontano.

Trovo poi particolarmente evidente un altro paradosso. Da una parte si continua a investire nella specializzazione dei docenti di sostegno, riconoscendo formalmente il valore di questa figura. Dall’altra, molti di questi insegnanti restano precari oppure, quando entrano stabilmente nelle scuole, vengono utilizzati per fronteggiare l’emergenza quotidiana. È un controsenso che finisce per svalutare la loro professionalità e per svuotare di significato il sostegno stesso.

L’Italia ha costruito negli anni un modello di inclusione scolastica che è stato guardato con attenzione anche fuori dai confini nazionali. È una conquista culturale, prima ancora che normativa. Per questo ritengo grave ogni prassi che rischi di smantellarla silenziosamente, non con una riforma dichiarata ma con l’abitudine quotidiana a considerare il sostegno come una riserva da utilizzare altrove.

Il rischio è chiaro: passare da un Paese che ha fatto dell’inclusione un principio qualificante della propria scuola a un Paese che, lentamente, la indebolisce per far fronte alle emergenze. E come accade spesso, a pagare il prezzo più alto sarebbero gli studenti più fragili e, con loro, l’intera scuola statale.

Per questo penso che su questo tema serva una presa di posizione netta. Servono organici adeguati, investimenti seri e una visione che rimetta al centro la qualità dell’insegnamento e i diritti degli alunni. Perché quando il sostegno viene usato per coprire un’assenza, non si sta solo risolvendo un problema momentaneo: si sta sottraendo valore a un diritto fondamentale.

Dario Catapano

 

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