Prima di parlare di scuole aperte d’estate, servono edifici sicuri, ambienti climatizzati e condizioni dignitose per chi studia e lavora ogni giorno nelle aule italiane
In questi giorni molte scuole italiane stanno facendo i conti con una realtà che chi vive la scuola conosce benissimo: classi numerose, aule affollate, temperature elevate, finestre aperte che non bastano, ventilatori improvvisati e studenti che fanno fatica a mantenere attenzione e concentrazione.
Il caldo non è un dettaglio. Non è una semplice scomodità stagionale. È una questione di benessere, di sicurezza e di qualità dell’insegnamento. Quando in un’aula ci sono venticinque o trenta alunni, quando l’aria non circola, quando gli edifici non sono climatizzati e quando anche il più motivato degli insegnanti fatica a spiegare o interrogare, allora il problema diventa serio.
Ed è proprio in giornate come queste che tornano alla mente le parole di chi, con troppa leggerezza, propone di tenere le scuole aperte anche d’estate. Io credo che questa idea, nelle condizioni attuali, non stia in piedi. Non regge sul piano didattico, non regge sul piano organizzativo, non regge sul piano della sicurezza e non regge nemmeno sul piano del rispetto verso chi la scuola la vive ogni giorno.
Prima di parlare di scuole aperte a luglio, bisognerebbe entrare in un’aula vera a fine maggio. Restarci per cinque ore. Provare a spiegare, interrogare, ascoltare, correggere, gestire una classe, mantenere alta l’attenzione degli studenti. Solo dopo, forse, si potrebbe discutere seriamente.
Costringere bambini e ragazzi a permanere per ore dentro edifici scolastici che, per quanto moderni, nella maggior parte dei casi non sono dotati di aria condizionata, significa ignorare la realtà. E quando il caldo si somma al sovraffollamento delle classi, non siamo più davanti a un semplice disagio: siamo davanti a una condizione che incide sugli apprendimenti, sulla lucidità dei docenti e sulla serenità dell’intera comunità scolastica.
La scuola, nel senso più nobile del termine, ha il dovere di educare e istruire. Ma se all’improvviso vogliamo trasformarla in un parcheggio sociale, allora diciamolo chiaramente. Non usiamo parole importanti per mascherare un’idea povera: aprire gli edifici scolastici d’estate per rispondere al problema, pur comprensibile, delle famiglie che non sanno dove lasciare i figli.
Gli insegnanti non sono animatori turistici. Gli animatori turistici esistono, sono professionisti e svolgono un altro lavoro. I docenti progettano, insegnano, valutano, costruiscono percorsi educativi. Confondere questi ruoli significa svilire la scuola e anche il lavoro di chi opera nei contesti ricreativi e formativi extrascolastici.
In questo quadro si inserisce anche il Piano Estate 2026, presentato ancora una volta come grande occasione per socialità, recupero e apertura delle scuole. Ma il punto è proprio questo: senza edifici adeguati, senza ambienti climatizzati, senza organici sufficienti, senza personale volontario e senza una progettazione seria, ogni piano rischia di diventare l’ennesima spesa-slogan, buona per i comunicati stampa ma incapace di affrontare le condizioni materiali delle nostre scuole.
Il vero tema, però, è più ampio del Piano Estate. Il vero tema è l’idea, sempre più diffusa, che la scuola possa essere aperta sempre, comunque e a qualunque condizione. Come se bastasse spalancare i cancelli per produrre educazione. Come se gli edifici scolastici fossero strutture ricettive. Come se docenti e personale ATA fossero una riserva di manodopera da utilizzare per coprire le carenze di altri servizi.
E non basta nemmeno rispondere con la formula magica dell’outdoor education. Bellissima, per carità, quando è scelta, progettata e coerente con gli obiettivi didattici. Ma non può diventare la toppa ideologica con cui si coprono edifici inadatti, aule bollenti e mancanza di investimenti veri. Nessun docente può essere obbligato, magari dopo anni di esperienza e servizio, a stravolgere la propria didattica per inseguire l’ennesima soluzione improvvisata.
Chi vive la scuola tutti i giorni sa benissimo che già dagli inizi di maggio molti studenti fanno fatica a tenere il passo. Figuriamoci a luglio. E sa anche che fare scuola seriamente richiede attenzione, concentrazione, relazione educativa, ambienti adeguati e condizioni dignitose. Tutto il resto è propaganda.
Inviterei dunque chi non mette piede in una scuola dal proprio esame di maturità, o al massimo dal colloquio con l’insegnante del figlio, a usare maggiore prudenza. Parlare di scuola aperta d’estate è una cosa troppo seria per essere ridotta a slogan.
Prima si rendano vivibili le scuole. Prima si riduca il numero di alunni per classe. Prima si mettano gli edifici in sicurezza. Prima si garantiscano condizioni dignitose a chi studia e a chi lavora.
La Scuola con la S maiuscola non è un deposito, non è un centro estivo improvvisato, non è un parcheggio per minori. È un luogo di apprendimento, relazione e crescita. E gli insegnanti hanno il diritto-dovere di poter esprimere la propria professionalità con lucidità, dignità e nelle migliori condizioni possibili.
Dario Catapano
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