Il diritto all’istruzione non si discute. Ma se lo Stato incentiva la scelta privata mentre la statale resta in affanno, la domanda è inevitabile: chi paga davvero il costo della “libertà di scelta”?
Chi lavora nella scuola lo sa: spesso si va avanti per incastri, buona volontà e “soluzioni creative”. Si coprono assenze, si gestiscono emergenze, si regge tutto anche quando le risorse non bastano. E poi arriva la manovra economica e, puntuale, si ripete la formula: “la scuola è una priorità”. Il problema è che la Finanziaria 2026, per come sta prendendo forma, rischia di lasciare addosso una sensazione familiare: la scuola statale continua a essere il posto dove si risparmia, mentre altrove si premia.
Tra le misure più discusse c’è il cosiddetto “buono scuola”: un contributo fino a 1.500 euro per studenti iscritti a scuole paritarie (medie e primo biennio delle superiori), con ISEE fino a 30mila euro e un tetto di spesa di 20 milioni. Aiutare famiglie in difficoltà è un obiettivo legittimo. Ma qui la domanda è semplice: se ho risorse pubbliche limitate, dove le metto prima? Perché la scuola statale non è un servizio “tra gli altri”: è quella che deve garantire davvero l’universalità. È quella che accoglie tutti, sempre: inclusione, disabilità, territori fragili, dispersione, emergenze educative.
Sul fronte IMU la comunicazione è confusa (tra formule tecniche e versioni diverse), ma la traiettoria appare chiara: alleggerire il carico fiscale sulle paritarie, con meccanismi che tendono a riconoscere un trattamento di favore in presenza di certe condizioni. E anche qui non è questione di “guerra” alle paritarie. È questione di equilibrio: mentre si apre un canale di vantaggio, la statale continua a sentirsi ripetere “non ci sono soldi” su ciò che serve davvero: organici, edilizia, tempo scuola, continuità didattica.
Se davvero il principio è garantire l’istruzione come diritto, allora dovrebbe valere anche un’altra regola, semplice e costituzionale nel suo spirito: chi ha di più deve contribuire di più. Non è una guerra tra scuole. È una questione di giustizia sociale.
Perché il cortocircuito si crea qui: da una parte si invoca la libertà di scelta, dall’altra si socializza il costo di quella scelta. Ma se una famiglia ha capacità economica di sostenere rette importanti, e se una scuola privata opera su un mercato educativo (anche quando non lo chiamiamo così), allora il sistema pubblico dovrebbe essere protetto da un criterio elementare: le risorse pubbliche non possono spostarsi “verso l’alto” mentre si chiede alla scuola statale di fare miracoli “a costo zero”.
Ecco il punto: non si tratta di negare la libertà. Si tratta di evitare che la libertà diventi, nei fatti, un meccanismo regressivo: un vantaggio pubblico che finisce per alleggerire chi sta meglio, mentre il peso dell’universalità resta sulle spalle della scuola pubblica.
Attribuire le colpe di tutto ciò a un solo Governo sarebbe comodo, ma non del tutto onesto. Da anni l’istruzione viene trattata come una voce “da rendere sostenibile”, cioè comprimibile. Oggi però la direzione si vede più nitida: una scuola statale chiamata a garantire il minimo indispensabile, e un sistema in cui la qualità rischia di dipendere sempre di più dalla possibilità di pagare.
Il diritto all’istruzione si difende rafforzando la scuola pubblica, non rendendola lentamente il piano B di chi non può scegliere altro. Se questa è la strada, diciamolo chiaramente: non è solo una misura di bilancio. È una scelta di modello sociale. E a pagare il conto, come sempre, rischiano di essere le famiglie più fragili e la scuola statale, che già oggi regge il sistema “con le unghie”.
Dario Catapano
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