Per le materie oggi di competenza del dirigente serve un organo terzo che garantisca imparzialità, diritto di difesa e serenità nelle scuole
Nella scuola si parla molto di benessere organizzativo, comunità educante, collaborazione e corresponsabilità. Poi, però, basta osservare ciò che accade in molti istituti per accorgersi che uno degli strumenti più delicati della vita lavorativa, il procedimento disciplinare, rischia talvolta di trasformarsi in un terreno di tensione, paura e rottura interna.
Il potere disciplinare è certamente necessario. Nessuno può negare che, in presenza di comportamenti realmente gravi, l’amministrazione debba intervenire. Per queste situazioni, infatti, resta ferma la competenza dell’UPD, l’Ufficio per i procedimenti disciplinari.
Garantire il rispetto delle regole è un dovere dell’amministrazione. Tuttavia, nelle materie oggi affidate direttamente al dirigente scolastico, può accadere che il potere disciplinare venga utilizzato in modo improprio o comunque percepito dal personale come uno strumento di pressione. Non si tratta, naturalmente, di generalizzare: esistono dirigenti equilibrati e illuminati. Ma proprio per tutelare tutti, anche loro, il sistema andrebbe ripensato.
In alcuni casi, la semplice minaccia di apertura di un procedimento basta a ridurre docenti e ATA al silenzio, alimentando un clima di stress continuo che nulla ha a che vedere con la qualità della scuola.
Il punto politico, giuridico e democratico è ormai evidente: per i procedimenti disciplinari rientranti nella competenza del dirigente scolastico occorre ripensare il sistema. La gestione disciplinare sottrae tempo alla didattica, all’organizzazione, alla sicurezza, al rapporto con famiglie e studenti. Ma soprattutto espone la scuola a un cortocircuito inaccettabile: chi contesta l’addebito e chi decide sono la stessa persona. Il dirigente scolastico finisce così per assumere contemporaneamente il ruolo di accusatore e di giudice, una concentrazione di potere che appare fuori da ogni logica democratica, oltre che difficilmente conciliabile con i principi di terzietà e imparzialità.
È una stortura che andrebbe superata. Non è solo una questione sindacale, ma di garanzia per tutti: per il lavoratore, per il dirigente e per l’intera comunità scolastica.
Una possibile proposta, certamente coraggiosa ma attuabile, potrebbe essere questa: limitare il ruolo del dirigente scolastico, nelle materie disciplinari di sua competenza, alla sola fase istruttoria, sollevandolo dalla responsabilità della decisione finale. Per le condotte più gravi, invece, continuerebbe naturalmente a operare l’attuale competenza dell’UPD.
In concreto, il dirigente dovrebbe limitarsi a raccogliere gli elementi utili: segnalazioni, relazioni di servizio, registri, comunicazioni, ordini di servizio, verbali, eventuali testimonianze, documenti interni e ogni altro elemento necessario a ricostruire i fatti. Potrebbe redigere una relazione istruttoria chiara, cronologica e documentata, senza formulare giudizi sanzionatori. Terminata questa fase, gli atti dovrebbero essere trasmessi a un organo provinciale terzo e indipendente.
Questo organo potrebbe essere composto da tre membri, variabili di procedimento in procedimento, scelti tra soggetti con adeguate competenze giuridiche e conoscenza reale della scuola: esperti di diritto del lavoro pubblico, ex ispettori, ex docenti, ex dirigenti scolastici o figure con comprovata esperienza nel settore. A loro spetterebbe esaminare gli atti, convocare il lavoratore per l’audizione, garantire il pieno diritto di difesa e decidere se archiviare o applicare una sanzione.
Per assicurare serietà, responsabilità e competenza, ai componenti dovrebbe essere riconosciuto un gettone di presenza. Il relativo costo potrebbe essere sostenuto per metà dal Ministero e per metà dall’istituzione scolastica da cui parte il procedimento. Anche questo avrebbe una funzione importante: evitare l’apertura superficiale di procedimenti disciplinari utilizzati più come esercizio di potere che come reale esigenza di tutela dell’amministrazione.
Una riforma di questo tipo avrebbe un duplice effetto. Da un lato restituirebbe serenità alle scuole, sottraendo i rapporti di lavoro alla logica del timore. Dall’altro tutelerebbe anche i dirigenti, liberandoli da un ruolo sempre più conflittuale e restituendo loro il compito principale: guidare la scuola, non trasformarla in un tribunale interno.
La scuola ha bisogno di regole, ma anche di equilibrio. Ha bisogno di responsabilità, ma anche di garanzie. E soprattutto ha bisogno di recuperare fiducia. Perché nessuna comunità educativa può funzionare davvero quando il dialogo viene sostituito dalla paura.
Dario Catapano
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