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EDITORIALE – Quando gli Uffici scolastici non rispondono: il silenzio istituzionale che danneggia scuola, lavoratori e relazioni sindacali

Dalle promesse di dialogo alla realtà dei protocolli senza seguito: perché USR, USP e dirigenti devono tornare a rispondere alle istanze dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali

Succede ancora. E, troppo spesso, succede sempre negli stessi luoghi. Un sindacato presenta un’istanza, alcuni lavoratori chiedono chiarimenti, vengono sollevate questioni delicate davanti agli Uffici scolastici regionali o provinciali. La risposta? Nella migliore delle ipotesi, una ricevuta di protocollo. Un numero, una data, la certificazione formale che quella richiesta è stata acquisita. Poi il silenzio.

Un silenzio che pesa. Perché all’inizio di ogni anno scolastico, in ogni riunione ufficiale, in ogni comunicazione pubblica, si ripetono parole importanti: disponibilità, ascolto, confronto, collaborazione, porta sempre aperta. Parole che dovrebbero fondare un rapporto corretto tra amministrazione, lavoratori e rappresentanze sindacali. Ma quando dalle parole si passa ai fatti, quando le istanze non sono di semplice routine ma riguardano problemi veri, casi complessi, diritti da tutelare, situazioni che richiederebbero una risposta motivata e approfondita, quella porta spesso sembra chiudersi.

Il punto non è pretendere che l’amministrazione accolga sempre ogni richiesta. Nessuno immagina che ogni istanza sindacale o individuale debba necessariamente trovare risposta positiva. Le posizioni possono essere diverse, le interpretazioni normative possono divergere, le valutazioni amministrative possono portare anche a un diniego. Ma il garbo istituzionale, prima ancora della norma, impone che una risposta venga data. Anche negativa, purché chiara. Anche sintetica, purché motivata. Anche interlocutoria, purché non si lasci chi chiede nel vuoto.

Il silenzio non è una posizione neutra. Non è prudenza, non è equilibrio, non è autorevolezza. Il silenzio, quando proviene da chi ricopre ruoli pubblici di responsabilità, diventa una sconfitta per tutti: per i lavoratori, che restano senza risposte; per i sindacati, che vengono privati di un confronto reale; per la stessa amministrazione, che perde credibilità; per la scuola, che avrebbe bisogno di relazioni istituzionali mature e trasparenti.

Chi guida un Ufficio scolastico regionale, un Ambito territoriale o un’istituzione scolastica non rappresenta se stesso. Rappresenta lo Stato. E proprio per questo è chiamato a esercitare il proprio ruolo con senso di responsabilità, rispetto e trasparenza. Non si tratta di una gentile concessione personale, né di una cortesia da riservare solo quando il tema è comodo. Rispondere alle istanze, soprattutto quando sono scomode, è parte integrante della funzione pubblica.

Talvolta basterebbero poche righe per evitare irrigidimenti, tensioni, diffide, accessi agli atti, ricorsi. Basterebbe una formula chiara, una motivazione comprensibile, un’indicazione di competenza, una presa di posizione ufficiale. Invece, il mancato riscontro costringe spesso lavoratori e organizzazioni sindacali ad alzare il livello dello scontro, fino a portare nelle aule dei tribunali questioni che avrebbero potuto essere affrontate prima, con serietà e buon senso.

C’è poi un aspetto ancora più rilevante: il rispetto dell’ufficio pubblico. Chi ricopre incarichi dirigenziali nell’amministrazione scolastica percepisce una retribuzione per esercitare una funzione delicata, che non può ridursi alla gestione burocratica degli atti o alla celebrazione formale del dialogo nelle sedi ufficiali. Il dialogo esiste se produce risposte. La collaborazione esiste se c’è interlocuzione. La trasparenza esiste se le decisioni vengono spiegate.

“Chiedere è lecito”, si dice. Ma in questo caso rispondere non è solo cortesia: è un dovere istituzionale. È il minimo che lavoratori, famiglie, scuole e rappresentanze sindacali possano attendersi da chi amministra un settore complesso e fondamentale come l’istruzione pubblica.

Perché una scuola democratica non si costruisce con i proclami, ma con comportamenti coerenti. E il primo comportamento coerente, per chi rappresenta l’amministrazione, è semplice: ascoltare, valutare e rispondere.

Dario Catapano

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