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EDITORIALE – Infanzia e primaria, laureati nella realtà ma ancora pagati come in un’altra stagione

Per insegnare serve una laurea magistrale abilitante, ma nelle tabelle stipendiali sopravvive ancora una distinzione che separa i docenti “laureati” da quelli di infanzia e primaria. Ed è lì che si annida una delle disparità più evidenti della scuola italiana

C’è una contraddizione che da anni attraversa la scuola italiana e che continua a essere trattata come un dettaglio. Per insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria oggi serve la laurea in Scienze della formazione primaria, titolo abilitante; il diploma magistrale resta valido solo in casi specifici, se conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002. Eppure, quando si passa dal titolo di accesso alla retribuzione, il sistema continua a parlare un linguaggio antico.

Nelle tabelle stipendiali del contratto, infatti, la distinzione resta evidente: da una parte il “docente scuola dell’infanzia ed elementare”, dall’altra il “docente laureato istituti secondari di II grado”. Ed è proprio questa formula a svelare la stortura: l’ordinamento ha superato da tempo l’idea di un docente di infanzia e primaria formato fuori dall’università, ma le tabelle economiche continuano a conservare una vecchia gerarchia professionale.

I numeri parlano da soli. Sulla base delle nuove tabelle stipendiali, nella fascia iniziale 0-8 anni il docente della scuola dell’infanzia ed elementare si ferma a 22.881,76 euro annui, contro i 24.767,60 euro del docente laureato della secondaria di II grado. A fine carriera la distanza diventa ancora più marcata: 33.117,16 euro contro 38.505,47 euro. Tradotto: quasi 1.900 euro lordi annui in meno all’inizio e oltre 5.388 euro in meno dopo 35 anni di servizio. Ed è proprio qui che emerge tutta l’attualità di una distinzione ormai anacronistica tra docente ‘diplomato’ e docente ‘laureato’, mentre per insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria da anni è richiesta una laurea magistrale abilitante.

La questione, quindi, non è solo economica. È culturale e professionale. Perché quella distinzione tra docente “diplomato” e docente “laureato”, ancora leggibile nell’impianto retributivo, trasmette un messaggio chiaro: esisterebbe una docenza di serie A e una di serie B. Ma questa idea non regge più né sul piano normativo né su quello della realtà quotidiana della scuola.

Dopo tanti anni, non si può più parlare di semplice residuo del passato. Se questa differenza resta nelle tabelle stipendiali, allora resta anche una scelta precisa. E finché quella scelta non verrà superata, sarà difficile sostenere davvero che tutta la docenza abbia pari dignità. Perché la dignità professionale non si proclama soltanto: si misura anche da come viene retribuita.

Dario Catapano

 

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